Il Nobel di Obama quanto pesa in Afghanistan?

di Silvana Pisa

Gio, 22/10/2009 - 22:24

In Afghanistan, la commissione elettorale di controllo ha stabilito, nei giorni scorsi, che nelle elezioni presidenziali del 20 agosto sono avvenuti brogli tali da inficiarne l’esito. Il risultato raggiunto da Karzai, da un iniziale 53% viene riportato al 47%  e per questo il 7 novembre è previsto il ballottaggio con l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah .
In vista di questa scadenza sono stati sostituiti 200 dei 380 funzionari a capo dei distretti elettorali dove sono avvenute irregolarità.
La decisione di un nuovo turno elettorale – operazione non semplice, considerata l’instabilità dell’area  e l’avvicinarsi della stagione invernale che rende impraticabili molte vie di comunicazione – è frutto di un braccio di ferro tra il recalcitrante Karzai e Washington, sempre più sotto schiaffo nei confronti della propria opinione pubblica di fronte ad una guerra che diventa ogni giorno più impopolare. Perchè se l’esperienza afgana e quella irachena dimostrano che la democrazia non è una semplice faccenda procedurale (e quindi esportabile), a maggior ragione  quando persino le procedure sono platealmente infrante, la contraddizione diventa insostenibile.
In questi giorni siamo alla vigilia della decisione di Obama circa un cambiamento di strategia per la regione afgana che potrebbe prevedere l’invio di 40.000 nuove truppe (di cui 13.000 già autorizzate per le incandescenti aree di confine dell’AfPak). Il comandante in campo generale McCrystal, il Pentagono, la potente lobby delle industrie delle armi , insistono per un invio veloce di altre forze mentre gli Stati Uniti finalmente s’interrogano sul senso di questa guerra  lunga,costosa,piena di morti , troppo a lungo spacciata per “necessaria”.
 
Necessaria per cosa? Hanno sempre detto “necessaria perché a difesa della popolazione Usa contro il terrorismo di Al Qaeda”. Ma questa copertura ideologica vacilla: Al Qaeda da tempo pare essersi trasferita nel Pakistan occidentale e non va confusa coi talebani afgani contro cui stanno combattendo Usa e Nato: si tratta di due diverse realtà  etniche,sociali,culturali. I talebani,soprattutto pashtun, insorgono nelle loro regioni riconquistandone passo a  passo il territorio,contro Karzai e contro gli eserciti stranieri e per quanto crudeli e dispotici  sono parte della cultura  tribale afgana. Al Qaeda , al contrario , non ha confini da difendere e  il  suo successo non è quantificabile in termini territoriali bensì ideologici .
Il tema vero – lo diciamo da tempo – è che le guerre e le occupazioni militari di Afghanistan e Iraq sono state iniziate da Bush con un disegno geostrategico ben preciso: quello d’impadronirsi con la forza del più vasto bacino di risorse energetiche (la strategia iniziale prevedeva di coinvolgere militarmente anche l’Iran) e dei suoi canali di fornitura.
 
L’esito di questa folle strategia  è che, invece di una relativa stabilizzazione di queste regioni asiatiche, si è propagato l’incendio ad un’ area sempre più vasta.
Oggi il conflitto più duro si gioca in Pakistan, paese particolarmente esposto per il suo possesso di armi nucleari.
Nelle scorse settimane si è verificata una violenta offensiva dell’esercito pachistano  in Waziristan , provocando circa 100.000 sfollati. Una guerra su commissione Usa (il generale Petreus si era recato, settimane fa, in Pakistan a questo scopo), incentivata da più di un miliardo di dollari in aiuti militari. Tutto ciò ha innescato violenti attacchi terroristi in tutto il paese (Islamabad, Rawalpindi, Latore) che hanno provocato centinaia di morti.
L’instabilità è aumentata anche in India. I sanguinosi attacchi di Mumbai dell’anno scorso; l’ attentato terrorista dei primi di ottobre all’ambasciata indiana di Kabul che ha provocato 17 morti ; il recente allarme  per nuovi attacchi in territorio indiano.
Ancora: cinque giorni fa, in sospetta coincidenza con la ripresa della trattativa internazionale sul uranio iraniano , è avvenuto un  attentato alla dirigenza Pasdaran,  nel Belucistan iraniano – incrocio di narcotraffico e contrabbando d’armi   ai confini di Afghanistan e Pakistan - per opera  dei separatisti Jundullah, addestrati dalla Cia e
armati e finanziati , nel 2007, dagli Usa per “destabilizzare il regime degli ayatollah”.

Ne risulta un quadro complessivo molto preoccupante. Durante  recenti colloqui col nuovo segretario della Nato Rasmussen, il presidente Obama ha dichiararto “ la guerra in Afghanistan è guerra della Nato non degli Usa”.
Si tratta di una bugia e di una verità.
La bugia è che la Nato è intervenuta in Afghanistan dopo tre anni dall’inizio  della guerra decisa dagli Stati Uniti con la missione Enduring Freedom con centro di  comando  a Tampa: guerra “made in USA”, per intenderci.
La verità è che oggi la guerra è  diventata Usa-Nato (ma comunque a comando militare Usa): una Nato  in cui i paesi alleati potrebbero teoricamente rivendicare autonomia e sussurrare, alle orecchie sensibili di un presidente Obama premiato – preventivamente - con un Nobel per la Pace, coerenti e rapide strategie d’uscita militare dal conflitto afgano.


donna di denari