Israeliani e palestinesi, oggi

di Raffaele Porta

Mar, 03/11/2009 - 06:51

Sono tornato in Palestina, ancora una volta. Questa volta insieme a più di 400 persone provenienti da 127 citta’ in rappresentanza di 84 amministrazioni locali. Una missione, organizzata dal Coordinamento degli Enti Locali per la Pace, tutta italiana, per andare incontro al popolo palestinese e al popolo israeliano e per ascoltare le loro voci, ancora una volta. E’ stato giusto andarci ancora una volta, perché sbaglia chi considera il conflitto israelo-palestinese sempre uguale a se stesso, immutato ed immutabile nel tempo. Di invariato e costante, infatti, c’è solo il fatto che, dopo oltre mezzo secolo, questo conflitto non sia stato ancora risolto.
Chi conosce quei luoghi, e si ostina a ritornarvi con una certa frequenza, sa bene che le cose in quella terra non restano mai immodificate e che, anzi, esse si trasformano con una notevole ed a volte imprevista rapidità. Basti vedere i cambiamenti nel tempo della carta geografica di Israele e dei Territori Palestinesi e, in particolare, la variazione del numero e dell’estensione degli insediamenti israeliani negli ultimi anni. Scomparsi dalla striscia di Gaza, sono aumentati a dismisura nell’area di Gerusalemme ed in Cisgiordania. Ne spuntano di nuovi con una tale velocità che le mappe più recenti in circolazione non ne contemplano alcuni la cui costruzione è già terminata o è in via di ultimazione.
L’ultimo mio viaggio in Palestina risaliva a poco meno di un anno fa. Ed anche questa volta ho potuto verificare, da allora, importanti novità. Come contraltare alla comparsa di nuovi insediamenti, mi ha molto colpito la significativa riduzione del numero di check-points in luoghi ritenuti da sempre strategici dall’autorità militare israeliana, quali l’ingresso nella città di Nablus e le vie di accesso a Gerusalemme.
Nablus è amministrata dall’inizio del 2006 da un garbato e simpatico Sindaco, l’ingegnere Adli Yaish il quale, eletto democraticamente nelle liste sostenute da Hamas, ha trascorso fino a poche settimane fa la maggior parte del suo tempo nella prigione israeliana di Majddu situata nei pressi di Jenin. Senza alcuna valida accusa, dal momento che l’Alta Corte ha costretto recentemente il governo israeliano a rilasciarlo, dopo circa un anno, per assoluta mancanza di motivazioni alla base della sua detenzione. Ebbene, il check-point di Huwara situato alle porte di Nablus - ben noto a tutti coloro che negli anni passati hanno provato, molte volte senza successo, ad entrare in città – è da alcuni mesi aperto e nessun controllo viene effettuato su chi oggi lo attraversa. Nonostante questa novità, importante soprattutto perchè consente ai cittadini di Nablus di recarsi presso altre città o villaggi palestinesi, mi è stato fatto notare da molti che i militari israeliani effettuano, quasi sempre di notte, improvvise incursioni nel centro cittadino, eseguendo numerosi arresti e dando cosi’ continue dimostrazioni di esercitare un ferreo controllo allentando o stringendo la morsa su Nablus a proprio piacimento. Il tutto, a quanto si dice, in accordo con le forze dell’ordine dell’Autorità Nazionale Palestinese che verrebbero informate in anticipo dell’imminente ingresso in città dei soldati israeliani.
Per quanto riguarda l’area di Gerusalemme, alla diminuzione del numero dei check-points fa riscontro l’intensificazione delle attività demolitive, non di singoli edifici, ma addirittura di interi quartieri abitati da cittadini arabo-israeliani. Arabi si, perché gli israeliani si ostinano ad evitare accuratamente di pronunziare la parola “palestinesi”. Per loro esiste soltanto una indistinta popolazione “araba” che continua a vivere in quei territori.
Pertanto, sia Gerusalemme, non solo la parte occidentale ma anche Gerusalemme Est, sia Betlemme, Ramallah e la stessa Nablus si mostrano oggi allo sguardo  superficiale dei turisti come città che hanno ripreso a svolgere una vita per certi versi “accettabile” rispetto al recente passato. Traffico a volte intenso e folla per strada e nei mercati ne sono la dimostrazione più eclatante. Tranne che in pochi specifici luoghi, la vigilanza da parte dell’esercito israeliano sembra aver perso quell‘asfissiante ed opprimente carattere di forte limitazione di movimento che negli ultimi dieci anni ha rappresentato l’aspetto più insopportabile, innanzitutto per i residenti, ma anche per chi decideva di frequentare quei luoghi saltuariamente.
I posti ad alto controllo continuano ad essere, comunque, i luoghi sacri da sempre contesi da ebrei e musulmani e, tra questi, soprattutto la spianata delle Moschee nella città vecchia di Gerusalemme e le tombe dei Patriarchi ad Hebron. Sulle ragioni di questo fenomeno penso valga la pena di approfondire il ragionamento e fare anche alcune riflessioni che partono dal dato indiscutibile che Israele negli ultimi cinque anni - dopo la morte di Arafat, la fine della seconda intifada ed il massacro di Gaza - ha di fatto compiuto dei passi in avanti molto significativi nella sua politica di espansione e controllo territoriale. I punti salienti a me paiono i seguenti:
-    mai, nella sua plurimillenaria storia ricca di diaspore e persecuzioni, il popolo ebraico ha avuto un potere cosi’ grande da fare addirittura classificare oggi il loro Stato, costituzionalmente confessionale, ai primi posti nel mondo quale potenza nucleare;
-    gli scontri di queste settimane nella città vecchia di Gerusalemme, a seguito della presenza di militari israeliani non solo ai cancelli esterni ma anche all’interno della spianata davanti alle Moschee della Roccia e di Al-Aqsa, è un chiaro indice della volontà del governo israeliano di effettuare una specifica offensiva nei confronti di questo luogo sacro. In questo quadro non stupisce l’intenzione del governo israeliano di riservare ai soli ebrei l’ingresso alla spianata per un certo numero di giorni alla settimana, dietro la quale molti intravedono la precisa volontà di riconquistare il completo controllo dell’intera area del Tempio che fu distrutto dai romani nel primo secolo dopo Cristo. Qualcosa di simile, cioè, a quanto avvenuto anni fa nel centro storico di Hebron dove circa 400 coloni fanatici, armati e protetti da alcune migliaia di soldati israeliani, tengono da quel momento in ostaggio decine di migliaia di palestinesi per il controllo delle tombe dei Patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe;
-    esponenti di spicco del governo israeliano hanno esplicitato con spudoratezza la loro precisa volontà di espulsione dei cittadini “arabi” da Gerusalemme e dalle altre città israeliane per scongiurare il pericolo che questi possano in futuro, se non divenire maggioranza nel paese, almeno raggiungere una percentuale talmente consistente della popolazione di Israele da riuscire a condizionarne le scelte politiche. Questo dato ha portato molti osservatori alla previsione che, se dovesse scoppiare una terza intifada, questa avrebbe origine non già nei territori occupati, come è avvenuto in passato, ma nelle stesse città israeliane;
-    l’attuale stanchezza e marcata divisione politica, territoriale e di interessi del popolo palestinese inevitabilmente incoraggia ulteriori prove di forza di Israele nella sua politica di discriminazione ed espulsione. Dalla morte di Arafat in poi ha, infatti, molto meno senso parlare di un’unica e generica “questione palestinese” e, quindi, occorre oggi più di ieri analizzare le molteplici “diverse questioni” che riguardano ed affliggono, in “diversi” modi, le “diverse” fette di popolazione palestinese che vivono a pochi chilometri di distanza tra di loro;
-    la Cisgiordania, dopo l’edificazione del muro di separazione e la costruzione dei recenti insediamenti israeliani che hanno disegnato una mappa a macchia di leopardo dei Territori Palestinesi, non è più quella di alcuni anni fa. L’Autorità Nazionale Palestinese controlla le città ed i villaggi dei Territori in modo decisamente più efficace rispetto al passato, e la sua polizia collabora con quella israeliana, come mai era accaduto prima, nell’intento comune di colpire le frange palestinesi più radicali, e soprattutto il partito di Hamas. La gran parte della popolazione palestinese della Cisgiordania appare sfiduciata, stanca e desiderosa di vivere una vita quotidiana almeno apparentemente “normale”. Almeno questo è quello che traspare dalle parole e dall’atteggiamento di chi al momento ha un lavoro e un po’ di danaro. La disoccupazione è però in forte aumento e, se il governo dell’Autorità Nazionale Palestinese non affronterà subito e seriamente questo problema, la mancanza di lavoro potrà rappresentare una bomba ad orologeria che esploderà inevitabilmente prima o poi in tutta la Cisgiordania;
-    un problema completamente diverso esiste nella striscia di Gaza che presenta, non bisogna mai dimenticarlo, il luogo con la più alta densità abitativa esistente al mondo. Prima il colpo di stato da parte di Hamas che ha isolato la striscia, già separata territorialmente, ora anche politicamente dal resto della popolazione palestinese. Poi l’attacco genocida sferrato da Israele agli inizi di quest’anno, con la conseguente distruzione a Gaza di tutto (case, uffici, scuole, ospedali). Questi due recenti avvenimenti hanno trasformato la striscia di Gaza in un lager infernale dal quale è impossibile sia entrare che uscire, e dove la vita (?) si trascina solo grazie agli aiuti internazionali che Israele, a suo piacimento nei tempi e nelle modalità, consente di fare arrivare;
-    una terza comunità palestinese è quella che vive a Gerusalemme e nelle altre città dello Stato di Israele (anche se esistono tra queste differenze significative), e che usufruisce di taluni benefici di cui gode la popolazione ebraica, a cominciare dall’assistenza sanitaria. Ed è proprio nei confronti di questa parte di popolazione palestinese che l’attuale governo israeliano guidato da Netanyahu sembra voler indirizzare, in questo momento, una particolare attenzione. Basti pensare alle recenti dichiarazioni del ministro degli esteri Lieberman che hanno rimesso in discussione la permanenza degli “arabi” all’interno dello Stato di Israele e il loro diritto di voto e di cittadinanza;
-    la restante parte del popolo palestinese è concentrata in differenti campi profughi in Libano, Siria e Giordania o dispersa in molti paesi europei ed extraeuropei.

Le precedenti considerazioni, che disegnano situazioni di fatto tanto complesse da apparire per certi versi oramai pressocchè compromesse, spingono molti a considerare la creazione di uno Stato palestinese al fianco dello Stato d’Israele (due Stati per due Popoli) la via per la pace oggi più utopistica tra quelle teoricamente ipotizzabili. A meno che qualcuno non pensi di creare uno Stato palestinese privo di sovranità reale, cioè senza una sua continuità territoriale, una propria capacità produttiva e defraudato del pieno controllo dei suoi confini di terra, mare e cielo.
Ritornando al significato più profondo della nostra ultima delegazione in Medioriente, chiudo sul ruolo (?) e sulle responsabilità (!) della comunità internazionale. La missione è stata contrassegnata dal motto “Time for Responsibilities”, parole mutuate da quelle pronunziate dal Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama che al Cairo il 4 giugno scorso ha detto: “Per giungere alla pace in Medio Oriente, è ora che israeliani e palestinesi - e noi tutti con loro – ci assumiamo le nostre responsabilità”. L’unico effetto che ha avuto finora Obama, premio Nobel per le buone intenzioni, è stato il consiglio ricevuto da Netanyahu e Lieberman di occuparsi più di Afghanistan ed Iraq e meno di Israele, le cui ruspe in questo primo anno di presidenza Obama abbiamo visto continuare ad abbattere case di palestinesi e le cui gru non hanno mai cessato di mettere un mattone sull’altro per costruire nuovi insediamenti. E l’Europa? Assente come sempre. Condizionata dal complesso di avere primarie responsabilità sia nella Shoah che nella Nakba, l’Unione Europea si lava la coscienza continuando ad inviare aiuti umanitari mentre continua a tollerare in Medioriente il disprezzo delle leggi internazionali e la violazione dei diritti umani.


Daniele Castelnuovo Caro

Daniele Castelnuovo
Caro Raffaele, le tue argomentazioni mi sembrano realistiche eppure mi colpisce il fatto che tu non riporti o non abbia sentito l'opinione degli isrealiani. Certamente qualcuno avrebbe potuto dare la sue versione della situazione. Insomma non penso che il mondo si possa dividere in 'buoni' e 'cattivi', 'bianco' e 'nero'.
Dal mio punto di vista ho l'impressione che la situazione sia aggravata dal fatto che Gerusalemme è sacra per le tre religioni monoteiste, ciascuna delle quali tende a monopolizzarla. Infine, penso che le grandi potenze 'soffino sul fuoco' aizzando le parti. Complimenti per il tuo articolo che ho trovato stimolante. Ciao, Daniele


donna di denari