Kamikaze contro droni

di Silvana Pisa

Mer, 20/01/2010 - 10:17

Per tutta la mattinata di lunedì, punti nevralgici del centro di Kabul  sono rimasti sotto scacco per l’attacco suicida di una ventina di talebani, “terroristi” o “martiri”,  secondo il punto di vista.
Ennesimo episodio di una guerra disperata e disperante soprattutto per le vittime civili coinvolte.
Diversi commentatori hanno legato questo episodio  all’ostilità per il nuovo governo Karzai (il giuramento di 14 nuovi ministri) o lo hanno letto come un segnale d’avvertimento nei confronti delle decisioni che potrebbero essere prese nella Conferenza di Londra del prossimo 28 gennaio.
In realtà la logica sembra altra: legata alle dinamiche belliche che si svolgono nella sempre piu’ vasta area  d’operazioni  militari afgano-pakistana.
A 9 anni dalla pretestuosa occupazione militare dell’Afghanistan  da parte degli Usa e dei suoi alleati occidentali – le forze meglio equipaggiate e dotate delle piu’ sofisticate tecnologie militari a disposizione –  risulta che la maggior parte del paese  è fuori controllo . L’episodio di lunedì  lo prova : bastano 20 persone, addestrate, armate, disposte a morire per gettare nel caos  la capitale presidiata da migliaia   di   truppe Nato e  afgane superarmate. In questo caso ha contato l’effetto sorpresa.

La maggior parte degli scontri  avvengono o con ordigni  o dal cielo.
Si tratta della contrapposizione tra l’ideologia del martirio jiaidista  (che porta alla conquista del “paradiso”) e quella  della guerra  a “ 0 morti” (naturalmente della propria parte),   portata avanti dagli Usa e dalla Nato  con la guerra   dei caccia bombardieri  e dei precisi e micidiali  droni , aerei senza pilota, come i Predator  del contingente italiano.
Il risultato materiale di queste pratiche è il sempre maggior coinvolgimento di civili inermi.

La differenza  tra l’uso della forza degli eserciti regolari e quella degli insurgents (guerra assimetrica)  fa capo a responsabilità diverse  che  prevedono per le forze regolari di sottostare a norme e convenzioni del diritto internazionale  che considerano  l’uccisione di civili crimini di guerra. Piombo Fuso, la cruenta operazione militare d’Israele  contro Gaza, nello scorso gennaio, rientra in questa ipotesi.
Il punto è che il Tribunale penale internazionale dell’Aja, pur accarezzato da Clinton nel Trattato di Roma e  promosso da Washington    contro l’avversario Milosevic, non è accettato dagli Usa per quello che riguarda  i propri comportamenti. Nemmeno  quando  la morte dei civili avviene  - come succede di questi tempi in Pakistan ,sia nel Waziristan che nel Belucistan -  attraverso programmi di guerra segreti con i droni che fanno capo alla CIA .
Il Pakistan  ufficialmente si oppone all’uso della forza straniera  nel proprio territorio, in realtà lo tollera al punto che solo dall’inizio del 2010  sono già avvenuti , nel suo territorio, una  dozzina di attacchi da aerei senza pilota. Questa accondiscendenza di Islamabad non sottrae Washington dalla responsabilità  del aver commesso crimini di guerra  di gravità pari alle extraordinary renditions  che avevano indignato il mondo.
Che  poi i talebani, afgani o pakistani che siano, reagiscano  con modalità terroristiche non meraviglia. L’abbandono della legalità internazionale da parte delle grandi potenze occidentali costituisce la prima vittoria del c.d. terrorismo che trova in questo una giustificazione pelosa ai propri comportamenti. Rientra in questo quadro l’episodio  dell’agente giordano infiltrato nella Cia che si è fatto esplodere a Khost lo scorso 30 dicembre, coinvolgendo nella sua morte  sette agenti Usa.
La guerra dal cielo  produce un effetto alone dirompente : convince parenti e persone vicine ai morti civili   ad appoggiare se non a iscriversi nelle file della guerriglia.
I talebani devono anche a questo – oltre ai tanti e gravi errori dell’occupazione occidentale tra cui la tolleranza  verso la corrotta amministrazione Karzai coi suoi legami col narcotraffico -  l’aumento
del consenso nel paese.

Dati questi esiti sembra paradossale che gli Usa abbiano deciso di insistere esportando questi stessi metodi anche nello Yemen, paese da tempo considerato da Washington “in odore di terrorismo” (si ricorda l’attentato del 2000 ad Aden , contro il cacciatorpediniere Cole, sulla cui falsariga è costruito il bel film Syriana ) e oggi  incriminato come luogo di partenza  del giovane nigeriano autore del tentato attentato al volo per Detroit.
Nonostante gli Ulema  yemeniti  abbiano minacciato il ricorso alla guerra santa se eserciti stranieri dovessero entrare nel paese  e lo stesso presidente Abdallah Saleh  abbia dichiarato che pur essendo disposto a collaborare con gli Stati Uniti , non accetterà mai l’ingresso di truppe Usa nel proprio paese,  pare che “ l’assistenza organica” che Washington ha previsto si sia già sostanziata  in un ruolo più che collaborativo degli Usa nei recenti raid aerei  nel paese. Che forze speciali del Pentagono siano già presenti in Yemen  lo ha già confermato il senatore  Joe  Liberman, motivandolo : “ ..l’Iraq è la guerra di ieri, l’Afghanistan quella di oggi  e ,se non agiamo in modo preventivo,   lo Yemen sarà la guerra di domani.”

La guerra preventiva e infinita  potrebbe non finire mai : l’obbiettivo era  - e per Obama è tuttora – sterminare Al Qaeda  che, come si sa, rappresentando un’ideologia  non ha radici geografiche precise : oggi  in Pakistan, forse in alcune zone dello Yemen  ma anche in Mauritania, nel Magreb,
a Bali,in Indonesia…come si puo’ pensare di combatterla con i droni?
Di fronte a questo fenomeno varrebbe la pena che gli strateghi di Washington  invece di  sottostare  alle decisioni militari del Pentagono e  alle indicazioni dei Servizi, più attenti ai profitti delle lobby degli armamenti che alla stabilizzazione dei vari paesi, cercassero di capire come e perché  l’ideologia jiaidista fa proseliti , quali i sintomi che ne determinano l’adesione e trovassero forme adeguate per operare  sulle  cause del terrorismo piuttosto che sugli effetti.
E’ un lavoro di tempi lunghi , prevede la semina prima della raccolta : d’altra parte la guerra d’Afghanistan dura già da 9 anni, in pochi credono al ritiro di Obama del 2011 e comunque la minaccia di allargare questo conflitto  è sicuramente un rimedio peggiore del male.   

In questo quadro inviare altri 1000 soldati  in Afghanistan , come ha promesso il governo italiano, è una vera follia . Quello che occorre è il ritiro del  nostro contingente e  l’avvio di una trattativa internazionale e locale di pacificazione : la sinistra, tutta , deve mobilitarsi su questo.
 


donna di denari