di Raffaele Cimmino
Ven, 23/04/2010 - 06:40
Le elezioni regionali hanno consegnato un quadro che al netto della felice eccezione pugliese segna l’arretramento e la sconfitta del centro-sinistra.
Il dato politico difficilmente contestabile appare la difficoltà del Pd a stabilizzarsi, anche dopo il cambio di strategia e di leadership. Una difficoltà confermata da un’emorragia di voti a stento tamponata. Altrettanto chiaro è il dato di una sinistra debole e divisa e di un astensionismo che ormai cresce anche tra l’elettorato progressista. Così è al Nord e così è ancora di più al Sud. Eppure sembra riemergere, anche per effetto della penetrazione della Lega nelle regioni rosse, più di una suggestione a tarare il Pd sulle domande delle regioni del Nord. Da qui la proposta di un Pd federale.
E’ un’idea che fa proprio il principio leghista per cui non esiste la questione, che riguarda il paese intero, del dualismo tra Nord e Sud, ma che dà anzi per compiuta una secessione di fatto: non certo il punto di partenza più efficace per costruire una proposta politica di alternativa per un Mezzogiorno che si è consegnato quasi per intero a Berlusconi.
Serve, invece, una proposta capace di contrastare l’egemonia della destra e di invertirne il segno, perché se non si riconquista anche il Mezzogiorno non si riconquista il governo del paese.
Non è un mistero, però, che il Pd abbia accettato senza molto sforzo il federalismo fiscale. Del resto il più grande partito di opposizione si muove già da tempo nel quadro della “secessione dolce”. Si interpreta persino, in alcuni ambienti di quel partito, il federalismo fiscale come un’ occasione per nuove politiche di riallocazione delle risorse al Sud e, dunque, di facilitazione dei meccanismi di un mercato che si vuole finalmente libero da pastoie, quantomeno un’opportunità per liquidare finalmente alla radice il cosiddetto partito della spesa pubblica.
Il federalismo leghista è invece un disegno che spezza il paese e rende definitiva la marginalizzazione delle regioni meridionali privandole di ogni prospettiva di crescita, condannandole semmai a una forzata e poco virtuosa decrescita. Se è così, è chiaro che dietro il federalismo c’è l’idea di abbandonare il Sud al suo destino, o meglio, di ridurlo a periferia e piattaforma logistica arretrata d’Europa, di fatto un destino – come dice Giorgio Ruffolo – di colonia mafiosa.
Ma, se un Pd frastornato da un’altra sconfitta appare incapace di avviare una riflessione autonoma sul dualismo nazionale, la sinistra non può rinunciare ad avviare una elaborazione più avanzata, non solo recriminatoria, in grado di alimentare un progetto politico credibile.
La questione sul tappeto è come il Mezzogiorno e l’intero paese usciranno dalla grande crisi che cambierà gli equilibri dell’economia-mondo: se con un salto all’indietro o con uno scarto capace di oltrepassare la lunga stagione neoliberista ritrovando un proprio ruolo in un contesto almeno europeo.
E’ perfino superfluo dire che, anche a sinistra, manca o è largamente insufficiente un autonomo punto di vista sul Mezzogiorno, qualcosa di più complesso dei programmi a cui pure con buona volontà si è messo mano in questa campagna elettorale.
Sono chiari i temi più urgenti: il no al nucleare, la battaglia per l’acqua pubblica (mobilitandosi concretamente con i referendum), la necessità di fronteggiare i tentativi di appropriazione privatistica del territorio e delle risorse da parte un nuovo e insieme vecchissimo ceto parassitario, che cresce anche perché si abbandona la produzione per i lidi sicuri della rendita. Non per ultima viene la questione del lavoro, che deve tornare al centro della proposta politica della sinistra; ma questo al Sud significa soprattutto la necessità di difendere concretamente tessuto produttivo e livelli occupazionali. Insieme però serve produrre un nuovo pensiero, un altro punto di vista rispetto a un Pd sedotto dal federalismo fiscale e dalla presunta priorità della questione del Nord.
Sono tutti temi, questi, che vanno annodati insieme e declinati sul terreno di una pratica e di una cultura politica rinnovate. E sono le stesse questioni che abbiamo squadernate davanti a suggerire che occorre ripartire dalla riattivazione dei circuiti democratici e partecipativi ibernati dalla grande crisi sociale, economica e politica in cui è immerso il Mezzogiorno.
Se si scorgono i primi punti di attacco di una possibile proposta politica per il Sud, si può avanzare più di un dubbio sull’utilità e l’efficacia di ridurre il tutto alla questione della formazione di un partito e della ricostruzione del centro-sinistra. Se l’insediamento della sinistra è – come è - estremamente debole e quasi del tutto fuori dalle istituzioni, anche da quelle locali, questo obiettivo, che pure è necessario, non basta. Come non basta la parola d’ordine dell’efficienza e della trasparenza amministrativa per introdurre discontinuità rispetto a un ciclo di governi locali che, nato con la stagione dei sindaci, al Sud è ormai esaurito.
Occorre, dunque, ricostruire una presenza politica della sinistra rinnovata, di SEL, organizzarla e radicarla per quanto è possibile. Ma è urgente anche ricostruire un canale di comunicazione con la società meridionale, per abbattere un diaframma che ha reso, al Sud più che altrove, la politica una pratica autoreferenziale che ne facilita la delegittimazione da un lato e la pervasività come strumento di potere dall’altro.
Serve la riconnessione della politica a un più ampio quadro civile e democratico per aprire un nuovo ciclo politico. Si può lavorare così anche sul versante di una nuova e diversa autorappresentazione del Sud e per un nuovo protagonismo della sua gente. Anche perché l’errore da non commettere è quello di costruire un altro partito senza società. Gli strumenti, certo, sono in gran parte da reinventare, essendo la cassetta degli attrezzi che ci portiamo dietro quasi del tutto inservibile.
Fuga nel movimentismo? No, la riscoperta della politica come spazio pubblico, come ricostruzione di legami sociali e di un possibile terreno di ricomposizione della sinistra, di rimotivazione all’impegno per chi è passato all’astensionismo.
Si deve auspicare perciò che una sinistra rinnovata articoli il suo processo costituente non dentro schemi ormai usurati dell’agire politico, ma collocandosi al crocevia di una rete di intelligenze e di pratiche innovative da mettere a valore in un percorso capace di declinare insieme partecipazione e radicalità di contenuti. Un percorso che, è bene saperlo, può anche non essere interamente sovrapponibile alla forma-partito o al perimetro dell’esistente.
Contro la deriva separatista e populista innescata dal governo a egemonia leghista è soprattutto dal Mezzogiorno che deve partire un grande laboratorio politico aperto e innovativo, uno spazio senza recinti e a valenza nazionale per la costruzione dell’alternativa. Soprattutto per reinventare la politica come strumento di riscatto del Sud e di un intero paese ancora avvolti dalla notte del berlusconismo.
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