di Titti Di Salvo
Lun, 05/10/2009 - 05:39
Il titolo del Focus del “Corriere”di qualche giorno fà può trarre in inganno e procurare qualche ottimismo in più del dovuto sull’andamento dell’occupazione femminile in Italia. Lì infatti ci si interroga sul significato dei dati Istat sull’occupazione in Italia nel secondo trimestre dell’anno. Dati che mostrano che cala di più l’occupazione maschile, meno2,2 per cento ,di quanto capiti a quella femminile,0,7 per cento in meno.
Il primo commento che la lettura dell’ Istat suscita è quello della discrasia tra l’ottimismo governativo sullo stato dell’arte e la realtà materiale di tante famiglie e persone ,molte delle quali hanno perso il lavoro senza alcuna rete di sostegno .Quel milione di disoccupati che complessivamente emerge dai dati poi,parla della società ingiusta e diseguale nel paese dello scudo fiscale per i grandi evasori amnistiati.
In secondo luogo , qualunque dato in sé segnala una tendenza relativa rispetto ad un dato precedente o successivo,ma le conclusioni sul senso della dinamica indagata (in questo caso l’occupazione femminile e la disoccupazione femminile)hanno bisogno di ulteriori elementi di analisi.
Intanto tutti gli indicatori sull’incidenza della disoccupazione,in particolar modo dell’occupazione femminile,vanno letti insieme all’andamento del tasso di inattività che segnala la quantità di persone scoraggiate ,fuori da ogni circuito di lavoro,invisibili al punto da non essere nemmeno conteggiate tra le persone disoccupate:questo tasso è in aumento,particolarmente tra le donne.
In terzo luogo esiste una forte differenza territoriale tra Nord,Centro,Sud .Nel Mezzogiorno non esiste nessuna tenuta ,anche se relativa,dell’occupazione femminile:qui le donne continuano ad essere espulse per prime dai processi produttivi.
In quarto luogo parliamo di un paese in cui il tasso di occupazione delle donne è tra i più bassi d’Europa e questo la dice lunga di uno Stato sociale poco ospitale che non solo non offre alle donne quei servizi pubblici necessari a sostenere la loro attività ,ma utilizza il loro lavoro di cura -né pagato né riconosciuto -in luogo di quegli stessi servizi negati.
Con l’aggiunta di nuova ostilità nei loro confronti comminata attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici del pubblico impiego (oltre che per tutti).
Poi guardando dentro i rapporti di lavoro,non può essere tralasciato che la maggioranza dei lavoratori precari ha il volto di giovani ragazze chiamate spesso a svolgere rapporti di lavoro a termine,cococo ecc.contratti che alla scadenza non vengono rinnovati ,più che mai in questa fase di crisi :parliamo dunque di volti e vite che sfuggono al conteggio dell’andamento dell’occupazione.
Infine la recente inchiesta condotta nelle imprese metalmeccaniche sulle condizioni di lavoro ha confermato empiricamente sia lo scarto alto tra le retribuzioni maschili e quelle femminili che la differenza di collocazione nelle mansioni tra uomini e donne ,impegnate nei lavoro meno qualificati.
Estendendo lo sguardo, lo stesso differenziale salariale e lo stesso scarto nella collocazione professionale si ritrova anche in settori produttivi differenti,così come prevalentemente femminile è l’occupazione a part-time,ovunque.
In questo non esaltante quadro , che la riduzione dell’occupazione femminile sia inferiore alla riduzione dell’occupazione maschile non depone in nulla a favore di un nuovo consolidamento del lavoro delle donne in Italia,né nella quantità che nella qualità.
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