Lo vogliamo il fardello della verità?

di Claudio Fava

Lun, 31/05/2010 - 06:08

Dopo le cose che ha detto, senza nemmeno metterci troppa enfasi, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci restano due strade: pretendere che venga riscritta per il giusto verso la storia di questo paese; oppure cambiare paese e andarsene senza voltarsi indietro. Perché quello che Grasso ha spiegato, e che riepiloga il lavoro di tre diverse procure della Repubblica, non è una considerazione di dettaglio. Le stragi del ‘92, dice il Procuratore, furono il primo atto di un’offensiva mafiosa che puntava a trovare nuovi padrini politici e nuovi protettori istituzionali dopo il crollo della vecchia DC. Di più: quelle stragi ebbero un movente più complesso della semplice ferocia corleonese. Accanto agli esecutori, dice Grasso, vi fu un’“entità”, parola scarna di informazioni ma ricca di suggestioni. Se tutto questo fosse vero, se nell’invenzione del partito di Berlusconi ci fu anche un investimento politico di Cosa Nostra, se i mandanti morali e materiali delle stragi chiamano davvero in causa uffici e funzioni dello Stato, non ci troveremmo più di fronte a una scomoda verità giudiziaria ma a un golpe di fatto, un sovvertimento dell’ordine democratico attraverso il braccio armato della mafia. Scopriremmo che da quindici anni la politica italiana, nelle sue responsabilità più alte, ha ricevuto un imprinting criminale. E che la violenza stragista dei primi anni novanta è rimasta sostanzialmente impunita: peggio, celebrata giorno dopo giorno nella retorica vuota delle commemorazioni, mentre gli innominabili restavano al governo delle istituzioni repubblicane. Solo dietrologie? Antimafia da professionisti? Diteglielo al procuratore Grasso che gli italiani - affaticati per i costi sociali della crisi e della manovra - vorrebbero vedersi risparmiato almeno l’onere di queste verità. Ditelo agli altri quattordici magistrati che lavorano da anni su queste inchieste, che forse è meglio chiudere tutto dentro un cassetto, vittime e carnefici, magistrati e corleonesi, mafie e antimafie, due giri di chiave e non se ne parli più. Fino ad oggi è andata così, una richiesta accorata e preoccupata (che arriva dai partiti di governo e da pezzi dell’opposizione) per mettere prudenza nelle parole, per rabbonire i pensieri e per evitare conclusioni affrettate, come se la ricostruzione di ciò che è accaduto in questi anni fosse solo uno scrupolo da storici e non un’urgenza civile di tutti.
Sono scrupoli da tenere a mente quando ci battiamo, in tanti e giustamente, contro questa legge che imbavaglia i giornalisti, che li ammanetta, li benda, li umilia, gli estorce obbedienza, gli rapina le parole. Una legge carogna, non solo liberticida, perché ci infligge l’omertà, ci sottrae la responsabilità di sapere e di capire, ci trasforma in anime morte. Con questa legge in vigore, avremmo saputo dei risparmi rapinati agli azionisti della Parmalat solo a cose fatte e rubate, magari leggendo il dispositivo di una sentenza che regala a Tanzi dieci anni di galera. Con queste norme avremmo ignorato che il partito di lotta e di governo che da quindici anni si prende cura delle nostre esistenze, rosica le nostre pensioni e sorveglia le nostre passioni, forse è stato inventato per far contenti i Corleonesi. Con una stampa imbavagliata non avremmo mai saputo che forse Falcone è stato passato per le armi anche da quelli che avrebbero dovuto difenderlo.
Certo: rabbia e protesta sono dovute. Purché alla fine ci guardiamo tutti allo specchio, e in fondo a quello specchio troviamo anche la forza per un’ultima domanda: siamo davvero sicuri di essere disposti a ogni verità? Vogliamo proprio sapere come sono andate le cose? Siamo pronti e disposti a riscrivere gli ultimi quindici anni di storia italiana e di farci carico delle conseguenze? Perché in fondo, ma proprio in fondo a quello specchio, magari troveremo una stilla di onestà che ci consiglia di guardare altrove, di lasciare le cose come stanno senza dover scomodare la Storia, di immaginare che tutto quello che è accaduto stia dentro la trama facile facile di una fiction senza pretese, una di quelle che piacciono tanto al cavaliere, con i buoni da una parte, i cattivi dall’altra e in mezzo niente. Anzi, in mezzo ci siamo noi che facciamo il tifo per i Nostri, felici e incoscienti come bambini. Se poi non è andata proprio così, che ce lo fa fare a dovercelo dire per forza?


donna di denari