di Alfiero Grandi
Lun, 07/06/2010 - 06:14
Dopo essere sparito dal video per alcuni giorni il decreto legge con la manovra finanziaria è ricomparso con vistose variazioni, come la scomparsa dell’abolizione delle piccole Province, su cui la Lega ha messo il veto, e la revisione del numero degli Enti da abolire.< Tuttavia la linea di fondo del decreto del Governo non è cambiata. Resta una manovra socialmente iniqua perché carica tutti i costi su alcuni settori: scuola e pubblico impiego che hanno le retribuzioni surgelate per 3 anni, precari della P.A. che rimarranno senza lavoro, età di pensionamento che verrà allungata di fatto anche per chi ha 40 anni contributi o 65 di età, requisiti per l’invalidità vengono alzati, Regioni ed Enti locali avranno tagli pesantissimi ai trasferimenti di risorse e questo comporterà o dei tagli pesanti ai servizi o nuovi costi a carico dei cittadini.
Ai redditi più alti non è richiesto proprio nulla, se non qualcosa ai dirigenti pubblici e un aggravio ridicolo ai supermanager del privato. Pura copertura del resto della manovra. Il Governo, dopo tante chiacchiere, contribuisce ad una manovra di 25 miliardi con 72.000 euro in tutto. La sanatoria edilizia diventerà probabilmente un vero e proprio condono in parlamento. Le misure contro l’evasione sono il recupero di misure del centro sinistra cancellate dallo stesso Tremonti nel 2008. Due anni persi. Comunque sono misure meno forti di quelle precedenti e non garantiscono i 9 miliardi di entrate previste dal decreto del Governo.
La manovra è inaccettabile perché è distribuita in modo iniquo, grava tutta su una parte e perché non fa nulla a sostegno della ripresa dell’economia. La manovra poteva essere più consistente, arrivando a 30/32 miliardi, proprio per dare sostegno alla ripresa economica e all’occupazione, a partire da sgravi a favore dei redditi da lavoro per ridare fiato alla domanda interna. Di più. Le scarse risorse finanziarie dovrebbero essere l’occasione per fare scelte di qualità, ad esempio per puntare sul risparmio energetico che può abbattere in poco tempo i costi delle aziende e la bolletta energetica del nostro paese. Mentre risulta che perfino i 10 milioni di euro già stanziati qualche mese fa per il risparmio energetico non verranno spesi perché la norma è inapplicabile.
E’ una manovra senza futuro. Sono tagli che prenotano altri tagli tra non molto tempo. Senza ripresa economica non si va lontano e l’unica possibile è basata su una qualificazione dei consumi, della produzione. Non tutti i consumi sono uguali. Non tutti i prodotti sono uguali. Alcuni contribuiscono a esaurire risorse preziose e finite, favoriscono sprechi, finiscono con il peggiorare il già compromesso equilibrio dell’ambiente in cui viviamo.
Per favorire una ripresa di qualità però il Governo non dovrebbe trincerarsi dietro lo slogan che non si debbono mettere le mani nelle tasche degli italiani. Ci sono tasche e tasche. Lo scudo fiscale per chi ha esportato illegalmente capitali all’estero è stato letteralmente un regalo di decine di miliardi di euro a chi non ne aveva certo bisogno, ma questo patto scellerato era per il rientro dei quattrini. Oggi, in una situazione nuova e difficile, potrebbe essere richiesto un contributo a questi signori come viene chiesto ad altri di andare in pensione più tardi o di non avere il rinnovo dei contratti..
In realtà il Governo mette le mani nelle tasche degli insegnanti e dei lavoratori pubblici e costringerà soprattutto Regioni ed Enti locali a metterle in quelle dei cittadini per compensare, almeno in parte, i tagli.
Mentre con misure di prelievo sui redditi alti, sui grandi patrimoni, sulle rendite sarebbe possibile spostare risorse sulla ripresa, puntando su qualità e ricerca, con interventi a sostegno dei redditi bassi, senza i quali i consumi non riprenderanno e la ripresa non ci sarà.
E’ una manovra finanziaria senza qualità perché iniqua e perché colpisce senza costruire, non dà una prospettiva al patrimonio umano della nazione e in particolare ai giovani malgrado la disoccupazione colpisca in modo feroce (oltre il 30 %) in questa fascia di età.
Tremonti parla a vanvera di conti italiani in ordine nel momento stesso in cui vara la manovra di aggiustamento. Se i conti sono in ordine perché la manovra ? Del resto è da dicembre che sa di doverla fare e arriva ad affermare che è il resto d’Europa che ha problemi. Gli altri paesi europei fanno manovre sul debito pubblico ma insieme prendono misure che guardano al futuro, di cui in Italia non c’è traccia, anzi c’è il rischio che dopo questa manovra la ripresa si allontani ancora di più.
Per di più c’è un grande assente. Gli interventi a sostegno delle banche hanno svenato le casse degli Stati e ora il maggior debito diventa, paradossalmente, il punto di attacco della speculazione. In altri paesi e in Europa se ne discute. Poco, tardi, forse insufficiente, ma se ne discute. In Germania stanno per approvare norme sui mercati finanziari con divieti che hanno sollevato proteste e reazioni. In Italia nulla. Tremonti ignora l’argomento. Al massimo dice che sarebbe giusto fare qualcosa ma non da soli. Anche il Governatore non è stato un fulmine di guerra. Alla fin fine ha insistito sulla giusta esigenza di rafforzare la capitalizzazione delle banche. Giusto, ma un pò pochino. Invece l’amministratore delegato di Intesa-S. Paolo ricordando che la crisi trae origine dall’instabilità dei mercati finanziari ha riassunto in 4 punti gli interventi necessari. La politica tergiversa, dice. Ha ragione, dopo aver trovato i soldi con misure eccezionali a carico delle collettività per salvare le banche, i Governi perdono tempo lasciando che le origini della malattia continuino ad agire, al punto da aggredire gli Stati stessi, a cui pure debbono la salvezza.
La ricetta dell’A.D. è semplice: mettere un freno alla leva, cioè al rapporto tra credito e capitale proprio, abolire i debiti fuori bilancio delle banche, mettere i derivati nei mercati regolamentati, fissare paletti patrimoniali uguali per tutti gli istituti.
Non basta ancora, ma sarebbero senza dubbio primi interventi importanti.
Si potrebbe aggiungere che ci sono prodotti finanziari (armi finanziarie di distruzione di massa secondo Buffet) che andrebbero semplicemente vietati, che le banche generaliste dovrebbero essere ripensate e ridivise in commerciali e di investimento, che le incompatibilità dovrebbero essere severe visto che 75 persone collegano il 76 % delle società quotate e che l’80% dei gruppi finanziari ha negli organismi aziendali persone che siedono in quelli concorrenti, che occorrono controlli sui movimenti di capitali e la Tobin tax potrebbe essere un primo passo utile,
Non ci si può limitare ad affrontare le conseguenze della crisi, occorre andare alla radice e questa è anzitutto in mercati finanziari senza regole.
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Il neoliberismo
Il neoliberismo all’attacco: “Se la crescita sarà bassa, necessarie nuove manovre.”
(http://www.emigrazione-notizie.org/articles.asp?id=376)
di Rodolfo Ricci
Si propaga la voce (tra le consuete smentite d’obbligo) che gli effetti delle manovre finanziarie in corso in Italia e in Europa non siano sufficientemente tranquillizzanti “per il mercato”. La cosa è quasi stupefacente e dimostra quale sia l’obiettivo vero di FMI e centrali di potere finanziarie nazionali e internazionali: una corsa infinita e al ribasso dei redditi dei lavoratori e della spesa pubblica (cioè del welfare) nei diversi paesi; che dunque non è affatto terminata.
Già per la Grecia, molti analisti hanno evidenziato che il megaprestito di oltre 100 miliardi di euro in tre anni non sarà gestibile dal paese mediterraneo, poiché, per assicurare il rientro di debito + interessi, e allo stesso tempo assicurare la riduzione del deficit pubblico sul PIL, sarebbe necessaria una crescita dell’economia greca di quasi il 5% all’anno, cioè un tasso analogo a quello a cui crescono Brasile o India. Cosa del tutto irrealistica.
Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Italia, & C., (vedi Gran Bretagna) poiché nessuno crede che in una situazione di depressione economica come quella che si è creata, i singoli paesi siano in grado di invertire la rotta e crescere nella misura necessaria per rientrare stabilmente nei parametri del 3% di deficit sul PIL.
Per ottenere questo risultato, è necessaria una crescita molto consistente della domanda di beni di consumo e di servizi, ma ciò è praticamente impossibile se si decurtano continuamente i redditi di lavoratori e pensionati, gli unici in grado di dare un po’ di ossigeno ad una economia contratta e già debilitata da milioni di disoccupati e cassintegrati. E neanche la domanda di beni di investimento può crescere adeguatamente in una situazione di contrazione della spesa pubblica.
Al contrario, siccome non si intendono affrontare le vere cause della crisi, cioè la drastica riduzione del potere di acquisto dei lavoratori operata nel corso degli ultimi 20-30 anni e il parallelo trasferimento di risorse dal lavoro alla finanza, dal pubblico al privato (oltre ai recenti enormi trasferimenti a salvataggio delle banche), si indica come indispensabile un continuo e progressivo risparmio di soldi pubblici e la riduzione dei salari.
Insomma, il neoliberismo si ostina a dichiarare la sua infallibilità e a dettare le regole, dopo essere miseramente fallito come sistema. Davvero incredibile, ma comprensibile: risparmiare soldi pubblici vuol dire infatti renderli disponibili per garantire ai creditori nazionali e esteri il pagamento degli interessi sul debito pubblico (oltre 80 miliardi all’anno in Italia) e perpetuare così la giostra delle borse e dei derivati.
Garantire prioritariamente, anzi esclusivamente il pagamento di questi interessi è, secondo FMI e agenzie di rating, ciò che continua a rendere credibile o meno un paese. A prescindere dalle sue concrete prospettive di crescita e dall’effettivo benessere della sua popolazione.
Allo stesso tempo, verso l’impresa produttiva si continua a indicare la prospettiva del contenimento dei costi del lavoro e l’aumento della flessibilità attraverso la riduzione dei sistemi di contrattazione sindacale, come l’elemento salvifico, pur in presenza di un’enorme sviluppo della produttività per addetto, che ha già espulso milioni di lavoratori dal comparto manifatturiero e ridisegnato la relazione tra settore secondario, terziario (e quaternario) nei singoli paesi e nel mondo sviluppato.
Il piccolo problema è che continuando di questo passo, le economie nazionali si contraggono ulteriormente e, anche se si è in grado ora di pagare questi interessi, l’anno prossimo, con una economia ulteriormente contratta rispetto ad oggi, si riproporrà lo stesso dilemma, poiché il PIL diminuisce o non cresce in modo sufficiente, mentre gli interessi mantengono il loro tasso contrattato.
Contemporaneamente, l’impresa manifatturiera si confronta con una riduzione della domanda e con la difficoltà di accesso al credito. Cioè, meno occupazione, meno entrate fiscali, meno welfare, in una spirale che non vede il fondo.
L’altra misura ormai in voga è quella dell’aumento dell’età pensionabile (tra qualche anno arriveremo ai fatidici 70 anni), in un contesto in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli altissimi. Dove porterà la concorrenza sul mercato del lavoro tra ultrasessantenni e ventenni ? A quali stupefacenti scene dovremo assistere negli uffici di collocamento e nei luoghi di mediazione della forza lavoro e intellettuale nei prossimi anni ?
Dentro questa dinamica non c’è alcuna realistica possibilità di uscita dal tunnel, ma solo il progressivo restringimento dei redditi dei produttori-consumatori, dell’aumento della marginalità sociale e della povertà, e la conseguente ulteriore contrazione dell’economia reale.
La soluzione che non si vuole vedere - perché obbligherebbe ad una revisione totale dei rapporti reddituali e di potere dentro i singoli paesi - è solo quella di una decisiva ridistribuzione dei redditi e la riduzione dell’enorme divario che si è creato tra lavoro e rendita, tra produzione e finanza speculativa.
L’ annosa questione dell’evasione fiscale, definita da Draghi come causa della “macelleria sociale”, è operata in gran parte, dagli stessi soggetti detentori del debito pubblico interno ai singoli paesi e dei tanti titoli vaganti (compresi quelli spazzatura) che devono essere in ogni caso garantiti per non far crollare definitivamente l’edificio neoliberista. In questo senso, è solo un corollario o una forma specifica della stessa dinamica di trasferimento dal basso verso l’alto, di cui in Italia siamo stati tra i maestri: il vero made in Italy che ci distingue dal resto, insieme al fatto di annoverare, tra gli attori principali dell’economia, la criminalità organizzata e di avere standard di concentrazione della ricchezza più vicini a paesi in via di sviluppo che a quelli del nord Europa.
Welfare e beni comuni vengono dunque sacrificati sull’altare degli interessi sul debito (che potrebbero essere tranquillamente saldati, se funzionasse il nostro sistema fiscale).
Gli “avvertimenti” di FMI e agenzie internazionali di rating giungono subito dopo che le manovre sono state messe in campo. Il gioco è ovvio: intanto ci si garantisce una quota di sangue pubblico e popolare e subito si rilancia chiedendo ulteriori trasfusioni. Stop and go !
Ormai sono anni che si va avanti di questo passo. E, come si vede, si intende procedere nella stessa direzione. Fino a quando ?
Vi è una soglia in cui questa dinamica troverà un’interruzione ? Teoricamente sì, e la soglia è quella che può sfociare, come già avvenuto in altri paesi, nel default di sistema e nella sospensione del pagamento degli interessi sul debito a fronte di massicce proteste popolari. Come in Argentina nel 2001-2002.
La questione è complicata, per quanto riguarda noi e quelli che i vampiri delle borse hanno definito PIGS (maiali, ovvero Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), dall’essere parte dell’Unione Europea. Questa variabile, in quanto paese comunitari, ci pone dei vincoli. Non possiamo fallire da soli.
Ma li pone anche agli altri, ai paesi più forti (pochi), i quali in mancanza di mercati di sbocco consistenti per il proprio export, sono anch’essi potenzialmente destinati al crollo. Se non c’è quindi una strada nazionale, non c’è però neanche una strada univoca da percorrere (in ogni caso è inaccettabile quella del FMI e delle agenzie, organismi per giunta esterno all’UE), casomai si rende indispensabile una mediazione, che non può che essere politica.
Il problema è chi opera questa mediazione, in mancanza di un governo continentale: tanto per capirci, la lasciamo fare esclusivamente alle singole borghesie nazionali al potere, cioè a coloro che negli ultimi decenni hanno visto crescere a dismisura i loro patrimoni (settori che includono anche la nuova economia criminale e ormai finanziarizzata che tanto spazio ha nelle borse) ?
Se la si lascia ad esse, è naturale che la mediazione sarà fatta a spese delle classi subalterne dei singoli paesi. Il ricatto che viene operato per accreditarne le ragioni e per indebolire le resistenze del mondo del lavoro è quello della fine della moneta unica e dell’UE e l’aprirsi di scenari indecifrabili. Ma quali sono i vantaggi reali che le classi popolari hanno ottenuto dall’Euro ? Gli stessi risparmi delle famiglie, altro elemento di ricatto, hanno visto una drammatica riduzione del loro valore reale e in prospettiva costituiranno solo un parziale ammortizzatore della perdita del potere di acquisto delle pensioni o dell’impossibilità stessa di raggiungere una pensione.
Non vi è in realtà alcuna convenienza per i lavoratori ad accettare questa logica recessiva. Ed inoltre non vi è alcuna certezza che dopo i successivi “aggiustamenti strutturali” ci troveremo in una situazione più solida.
Il mantenimento del rigore monetaristico assomiglia molto al all’assurda condizione di parità dollaro-peso argentino con cui l’oligarchia proprietaria e finanziaria argentina intendeva preservare i propri patrimoni. Ma quando l’Argentina crollò, i loro capitali erano già stati trasferiti a Zurigo e Miami, a dimostrazione che l’interesse per il loro paese era uguale a zero.
Vi sono dunque altri spazi di azione ?
Nel potenziale disastro sociale che si prepara, gli eventi possono anche sfuggire di mano ed aprire altri scenari.
Sarebbe per tutti più lungimirante varare misure importanti di riequilibrio dei redditi utili a mantenere il potere di acquisto di lavoratori e pensionati attraverso una nuova fiscalità progressiva (e anche “retroattiva”), che tenga cioè conto del consistente arricchimento di alcuni strati sociali negli ultimi decenni e garantendo il mantenimento a un buon livello dei servizi pubblici. Obbligando ogni paese ad adeguarsi agli standard migliori del continente, non a quelli peggiori.
Ma se le classi dirigenti dei singoli paesi sono tuttora irretite (consapevolmente o meno) nell’ideologia dei Chicago Boys, l’iniziativa deve ripartire dai movimenti sociali e dal mondo del lavoro. A partire proprio da quei paesi con minore equilibrio sociale, come il nostro. Se Germania e Francia reggono meglio alla crisi, è solo in virtù del loro migliore sistema di welfare che costituisce il più potente elemento anticiclico che l’umanità si è dato, e della loro migliore distribuzione delle ricchezze.
Il neoliberismo (e le classi politiche che lo rappresentano nei singoli paesi) non fa della razionalità - seppur strumentale -, la sua qualità e ragion d’essere. Piuttosto è abituato al mantenimento del suo interno margine di profitto ritenuto insindacabile e immodificabile. A cui tutto deve adeguarsi.
Ma questo margine non è qualcosa di naturale: esso è solo la trasformazione percentuale e matematica del potere di classe.
A questo margine è disposto a sacrificare persone, paese, ambiente, qualsiasi cosa, in qualsiasi luogo. Una ragione in più per mettere in discussione questa convenzione.
Le rivoluzioni “di velluto”, di altra natura e genere, sono un pallido ricordo dell’ultimo ‘900. Qui si tratta ormai, appunto di lotta di classe del terzo millennio, quella dei ricchi contro i poveri. (Che molto assomiglia a quella di primo ’800). E’opportuno, meglio indispensabile, riattrezzarsi rapidamente e globalmente, per bloccarne gli esiti nefasti. Si tratta di salvare interi paesi e popolazioni.
Può suonare un po’ retrò, nel main stream mediatico e culturale vigente, dove la politica, come la finanza, è diventata sempre più mediatica e astratta, mentre l’azione sindacale rischia di essere annichilita nei parametri del monetarismo, ma quell’espressione andata fuori corso: “Socialismo o barbarie”, ritrova senso analitico e forse anche prospettico.
Jacques Attalì ha recentemente evocato un’altra possibile immagine della barbarie; quella di Blade Runner, il famoso film di Ridley Scott, che veniva aperta da una geniale espressione del capo della polizia nella Los Angeles del 2018: “se non sei nella polizia, non sei nessuno”.
Comunque la si voglia definire, nell’epoca della globalizzazione, l’azione verso un mondo migliore non può che essere, per definizione, Internazionale.
Un’ottica fondamentale per aiutarci a comprendere chiaramente quali siano i meccanismi da contrastare e ad evitare di essere impantanati nelle discussioni tra maggioranze e opposizioni dove l’elemento del contendere è essenzialmente quello di recuperare la competitività dei sistemi nazionali (dove banche, imprese e lavoratori devono essere alleati contro banche, imprese e lavoratori di altri paesi) compatibilmente con la cornice neoliberista.
Il recupero sindacale e politico del territorio come luogo di lotta e di contrattazione ha senso solo in questa prospettiva, altrimenti, è garantita la degenerazione in dinamiche pseudo-comunitarie e di corporativismo locale dove i presunti elementi identitari giocheranno il loro devastante effetto, anche in questo caso, in una dinamica competitiva tra territori (Padania,ecc.).
Al contrario, in ogni luogo e situazione, andrebbero evidenziati gli specifici meccanismi e le specifiche relazioni e contraddizioni in cui si dispiega la micidiale logica del neoliberismo morente, a partire, ad esempio, dalla privatizzazione dei beni pubblici, dalla riduzione dei servizi e, in positivo, dalla lotta all’evasione fiscale e a forme di imposizione locale.
Il vero aggiustamento strutturale da perseguire è dunque nell’analisi e nel progetto politico.